SUGGERIMENTO CINEMATOGRAFICO: E LA CHIAMANO ESTATE – RECENSIONE IN CHIAVE PSICOANALITICA

Il lavoro di Paolo Franchi, premiato dalla giuria del festival internazionale del film di Roma per la miglior regia, è un film ambiguo, accolto con polemiche e fischi dalla platea, un lungometraggio complesso che tratta il tema di una storia d’amore o piuttosto, verrebbe da dire, di una storia di masochismo sulle note nostalgiche di Bruno Martino.

Lo spettatore viene introiettato sin dalle prime scene in un’atmosfera ovattata e onirica. Dino e Anna sono una coppia di quarantenni legati da un amore smisurato ma bianco come la casa che fa loro da nido. Un amore senza le tinte rosse della passione poiché Dino non è mai riuscito a concedere ad Anna nulla più di accoglienti abbracci. I protagonisti sono dunque coinvolti in una relazione asettica, come la sala operatoria dove Dino quotidianamente anestetizza i suoi pazienti, accompagnandoli in un sonno che annienta ogni sensazione. Il giovane medico anestetizza anche se stesso al fianco della donna amata per poi cambiar volto ogni sera, quando in giro per la città si dedica al sesso compulsivo con scambisti e prostitute.  Le cause della ricerca compulsiva del sesso sono da far risalire alla morte precoce del fratello idealizzato e il conseguente abbandono di sua madre che non potendo sopportare il dolore della perdita del figlio, parte. Dino apprende sin dalla giovane età che non merita dunque nulla di buono, costringendosi per punirsi, ad una degradante esperienza sentimentale e di vita. Respinge così l’amore tenero e affettuoso di Anna, probabilmente spinto da una pulsione masochista e dal pudore per l’incesto, proiettando nella figura femminile che lo accoglie tra le sue braccia, la figura della madre allontanatasi troppo presto. Per amore di Anna, per non anestetizzare anche lei e concederle il piacere che egli stesso si procura seppur in ambienti degradanti, ricerca gli ex amanti della stessa pregandoli di tornare da lei in funzione vicariante, con lo scopo di appagarne il piacere che lui non le sa donare. Chiede ad Anna stessa di cercare un amante appassionato. Anna, dopo iniziale riluttanza, ingabbiata nella sua personalità dipendente, finisce per cedere alla richiesta di Dino, trascorrendo qualche notte con un amante sconosciuto. Ma l’amore per Dino è più forte di qualsiasi piacere fisico al quale Anna è disposta a rinunciare e tornerà a casa. L’anestesista anestetizzato nel frattempo riempie il suo vuoto interiore, un vuoto atavico conseguente ai suoi lutti, con l’esercizio compulsivo della pratica sessuale. Dino è un uomo incapace di comunicare i suoi drammatici sentimenti e vive quotidianamente una scissione tra eros e amore per fronteggiare il suo enorme conflitto interiore. Sdraiato sul lettino dell’analista ripercorre confuso la sua vita e si confronta con i suoi traumi con distacco schizoide. Anna è mutacica, completamente passiva e incastrata in una tormentata storia d’amore alla quale non può rinunciare poiché la sofferenza di Dino la fa sentire viva, le concede un ruolo di salvatrice di un uomo che tuttavia non cerca salvezza. Il film è immobile, non lascia intravedere prospettive risolutive generando nello spettatore un controtransfert d’impotenza e sconforto, alternato a moti di rabbia da parte di chi non può comprendere le tonalità perverse dell’amore. La narrazione angosciosa dei sentimenti, la voce sommessa di Anna dagli occhi chiusi, la voce fuori campo di Dino che ritorna anch’essa compulsiva nella lettura di una lettera d’addio, i dialoghi ampollosi e le musiche anacronistiche completamente incongrui con il contesto e il biancore degli interni gelidi, l’aspetto voyeuristico della presentazione dei corpi nudi: tutto concorre nel risucchiare lo spettatore nel profondo senso di vuoto che impregna le vite dei protagonisti, preparandolo così alla pacata accettazione di un finale drammatico.

Dr.ssa Federica Cosenza

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